domenica 7 dicembre 2008

Macchè banche, c'è un banco che batte la crisi

Macchè banche, c'è un banco che batte la crisi

di Antonio Socci

Tratto da Il Sussidiario.net il 6 dicembre 2008

Il Premio Nobel al "Banco alimentare"? L’idea è stata evocata dal professor Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica all`Università Cattolica di Milano (di cui è pro-rettore).

Ecco le sue parole: «La Rete Banco alimentare è a mio avviso una straordinaria esperienza di innovazione sociale. Giustamente è stato assegnato a Yunus e al suo microcredito il premio Nobel per la Pace 2006. Quella della Rete Banco Alimentare in Italia, ma non solo in Italia, è un`esperienza così efficace, così straordinaria, così felice come intuizione che è sullo stesso piano del microcredito. lo non so se verrà mai dato il Premio Nobel alla Rete Banco Alimentare, ma certamente è un`iniziativa così innovativa e feconda che se lo merita». Vediamo cos`è. La Fondazione Banco Alimentare Onlus è un`associazione senza scopo di lucro, un ente non commerciale: riceve gratuitamente e gratuitamente dà. E’ una ideale e grandissima mensa dei poveri che va dalle Alpi alla Sicilia. In Italia nasce dall`incontro fra il grande cuore di don Giussani e quello di un altro brianzolo come lui, Danilo Fossati, fondatore di una importante industria alimentare.

La sorpresa
Gli italiani conoscono la principale iniziativa pubblica del Banco, la Colletta alimentare che, dal 1997, ogni anno, l`ultimo sabato di novembre, viene fatta davanti a tanti supermercati. E’ un giorno nel quale ciascuno, facendo la spesa per sé, può comprare e donare del cibo anche per chi ha più bisogno. Si pensava che la Colletta di sabato scorso, 29 novembre, con l`esplosione della crisi, andasse meno bene. Si credeva che la gente avrebbe donato di meno, visto che tutti stringono la cinghia e riducono i consumi (è previsto per Natale un miliardo di euro di regali in meno). Invece per la Colletta è accaduto l`imprevisto: davanti a quei 7500 supermercati sono state raccolte 9mila tonnellate di alimenti, circa 200 tonnellate in più dell`anno 2007 (per un valore economico stimato in 27 milioni di euro). Cosa significa? Perché 5 milioni di famiglie italiane - con la crisi e la paura si sono coinvolte ancor più degli anni precedenti con questo gesto semplice di condivisione, di fraternità umana, di carità popolare verso chi è più povero e in difficoltà? Perché questo Paese ha straordinarie risorse di umanità e non è quello rappresentato dai mass media. Tutti comprendono il linguaggio della condivisione e della fraternità cristiana e sono pronti a "parlarlo". E tutti intuiscono (più o meno chiaramente) una cosa preziosa: a vincere la crisi economica e farci rinascere non saranno le "ingegnose" ricette di quegli economisti d`oltreoceano - o di quei banchieri - che ci hanno già portati al disastro finanziario mondiale. Ma sarà ognuno di noi se darà il meglio di sé. Per questo la Colletta Alimentare è una grande scuola popolare di umanità e una rivelazione: ha indicato una strada e l`ha illuminata. Gli studiosi del resto hanno cominciato a studiare questa risorsa come la molla principale dello sviluppo: non è il petrolio, né la finanza, ma lo chiamano "capitale umano". L cuore, intelligenza, lavoro, creatività, condivisione.

Non solo collette
Ci tornerò, ma prima voglio dire che il Banco Alimentare tuttavia è molto più grande della Colletta di novembre che incide solo per il 15 per cento sul totale degli alimenti complessivamente raccolti ogni anno attraverso l`incontro e la collaborazione con circa 700 industrie agroalimentari della grande distribuzione e della ristorazione che donano le proprie eccedenze: quest`anno sono affluite al Banco 57 mila tonnellate di alimenti, che gratuitamente vengono poi destinati a 8250 enti convenzionati (mense per indigenti, centri di solidarietà, Caritas, strutture di accoglienza per anziani, minori, ragazze madri, comunità di recupero, cooperative sociali), che soc= corrono i più bisognosi. Nel 2007 le persone che hanno ricevuto così aiuto sono state 1 milione e 436 mila. Ma il Banco Alimentare non esiste solo in Italia. A giugno del 2009 si terrà l`assemblea dei Banchi europei: saranno presenti 18 paesi del nostro continente, circa 218 Banchi, che aiutano 26. 225 associazioni assistenziali e di carità (dati 2007) e riescono a dare un aiuto alimentare a 4 milioni e 289 mila persone, avendo distribuito nel 2007 circa 300 mila tonnellate di alimenti. C`è poi la rete più grande dei Banchi alimentari, quella del Nord America, dove questa opera è nata.

La candidatura
Complessivamente si tratta probabilmente della più grande rete di solidarietà a livello planetario se si pensa che solo in Italia e soltanto la giornata della Colletta alimentare si avvale della collaborazione di circa 100 mila persone che donano il proprio tempo per raccogliere gli alimenti fuori dai supermercati e trasportarli, organizzando tutta la rete. Ecco perché un economista come Campiglio afferma che la Rete mondiale dei ban chi alimentari meriterebbe il Nobel quanto l`iniziativa del microcredito di Yunus in Bangladesh (la sua Grameen Bank oggi ha circa 2 milioni e 100mila clienti, in 37 mila villaggi, ma la sua importanza è stata anzitutto educativa e culturale, precisamente come il Banco Alimentare). Torno sul Nobel - e spero che afferri al volo l`idea chi di dovere non per il premio in sé, ma per quanto contribuirebbe a far conoscere questa straordinaria iniziativa e incrementarla. L`intuizione del Banco Alimentare - che con le eccedenze, vale a dire con gli alimenti buoni che sarebbero Beneficenza record In tempi di recessione italiani più generosi All`ultima giornata di raccolta del Banco Alimentare superate le ci fre del 2007. Così si aiuta più di un milione di persone stati destinati alla distruzione - sfama milioni di persone, rappresenta anche un prezioso correttivo a un modello di sviluppo nel quale era normale distruggere derrate alimentari mentre milioni di essere umani non ne avevano a sufficienza (in Italia, secondo uno studio Istat del 2003, 803. 781 nuclei familiari, il 3, 6 per cento del totale pari a circa 2. 330. 970 persone, «spesso o qualche volta hanno avuto difficoltà a comprare cibo necessario al proprio sostentamento»).

Originalità italiana
D`altra parte, in questa rete mondiale il caso italiano spicca per originalità, incidenza culturale e forza perché qui l`iniziativa del Banco alimentare è nata dalla gente di Comunione e liberazione, dunque innestata nella straordinaria opera educativa di don Giussani. Marco Lucchini, uno dei responsabili del Banco, ci dice: «fare del bene fa parte dell`umanità universale, ma aver la coscienza di chi ti dona questo desiderio e perché, è un`altra cosa...». Per questo dal Banco alimentare qui stanno fiorendo altre iniziative come il Banco di solidarietà (già 150 associazioni sparse in tutta Italia) che vede stabilmente impegnate, ogni settimana, 4 mila persone, a portare aiuto diretto a 30 mila bisognosi. Si è compreso che «la solitudine e la fragilità dei legami familiari e sociali rendono le persone ancora più povere, in uno scenario economico allarmante». «Accendendo un fiammifero nel buio» col Banco alimentare non solo si sfama, ma si può vincere la paura e l`estraneità.

Cambia la vita
La Colletta alimentare e il Banco di solidarietà, ci spiega Andrea Franchi, «sono nati, più e prima ancora del raccogliere cibo, per dire a tutti che la carità cambia -la vita». Innanzitutto la vita di chi dona. E sono tantissimi gli incontri, stupendi, che mostrano come tante persone, sole o anziane o emarginate, o famiglie precipitate nell`indigenza, sentano il ` bisogno dell`amicizia, della fraternità quanto e più del bisogno del pacco di alimenti. E questo dono (l`amore), più prezioso del pane, non può venire dallo Stato, non può essere decretato da un ministro. Ecco dove si vede il senso e il valore immenso della sussidiarietà. Una buona società esiste solo se ci sono uomini buoni. La morale di tutta questa storia sta in un folgorante pensiero di don Giussani, particolarmente prezioso oggi che non si sa come ricostruire l`intero tessuto economico mondiale collassato: «Le forze che cambiano il mondo sono le stesse che cambiano il cuore dell`uomo». Ciò che accadde in altre epoche di crisi - come l`alto Medio evo - dimostra che è proprio vero.

(Pubblicato su Libero del 6 dicembre 2008)

lunedì 1 dicembre 2008

IL SENSO DELLA VITA NASCOSTO NELLA DEPRESSIONE…

IL SENSO DELLA VITA NASCOSTO NELLA DEPRESSIONE… 16.11.2008

A proposito di Buffon e delle suore…

Cosa dà senso alla vita? Cosa le dà valore e gusto? Il soldi? Il successo? La salute? Per cosa vale la pena vivere? Mi ha colpito, in questi giorni, il casuale intrecciarsi sui giornali di storie apparentemente lontanissime. Tre storie.

Quella di Gigi Buffon, il portierone della Juventus e della Nazionale, quella di Eluana Englaro e quella di altre due donne, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo, sequestrate cinque giorni fa in Kenia dove vivono come missionarie.

Buffon ha pubblicato un libro dove racconta la sua storia: “Numero 1”. Secondo il senso comune questo allegro giovanottone ha tutto per essere felice. Cosa gli manca? E’ il più grande portiere del mondo, ha la giovinezza, la salute, la celebrità, la prestanza fisica, il successo, i soldi, gli amori, gli amici, un lavoro che è la sua passione, perfino un carattere solare, la simpatia e il buonumore. Non gli manca niente.

Eppure proprio lui racconta come un giorno di dicembre del 2003 gli si è spalancato sotto i piedi l’abisso della depressione. Senza motivi particolari. Un velo scuro sempre più opprimente, uno smarrimento progressivo: “cosa mi succedeva?”. Racconta di momenti in cui si sentiva sprofondare: “ero impaurito… mi tremavano le gambe all’improvviso, un malessere continuo mi attraversava… come se fossi continuamente altrove”.

Quello di Buffon non è un caso strano. In forme diverse è quasi la normalità per i cosiddetti “uomini di successo”. Cesare Pavese diceva: “c’è qualcosa di peggio del fallire nei propri progetti: è riuscirci”. Perché è lì, quando sei “arrivato”, quando stringi fra le mani quello che volevi possedere, che avverti il nulla e ti scopri insoddisfatto, destabilizzato. Tanto da smarrirti.

Per superare questo senso “di paura e insicurezza” Buffon si è fatto aiutare. E comunque un giorno, d’improvviso, il sole è tornato: paradossalmente è tornato a splendere proprio con “l’orrenda partita Italia-Danimarca 0-0”, a dimostrazione che davvero il “male di vivere” non dipende da circostanze negative. Ma sta nell’anima.

L’uscita del tunnel

Oggi il celebre calciatore racconta cosa comprese all’uscita dal tunnel: “I soldi non sono tutto. In testa mi rimbalzavano queste parole. E all’improvviso capii quanto fossero vere. Mi resi conto che in certe situazioni i soldi con la tua vita non c’entrano nulla, non c’entrano coi tuoi valori, con quello che hai imparato, che impari ogni giorno e che puoi trasmettere a chi ti sta accanto”.

Quel gorgo oscuro – che sembrerebbe solo una disgrazia – in realtà gli ha lasciato un regalo prezioso, una consapevolezza più vera della vita, di ciò per cui vale la pena vivere. Tante cose possono farci capire meglio l’esistenza e renderci più umani e più saggi. Anche circostanze dolorose. Tutto può aprirci gli occhi e rivelarsi una carezza misteriosamente amica che dà una percezione più giusta della vita, che rende più autentici. Sì, perfino il dolore.

Proprio attraverso di esso alcuni hanno fatto incontri che hanno dato senso alla loro vita, sono diventati uomini eccezionali che danno speranza agli altri. Perle preziose. E’ il caso – per citare un altro campione del calcio – di Stefano Borgonovo che, a 44 anni, dopo la gloria dei prati verdi si è scoperto ammalato di Sla, una tremenda croce che gli impedisce ogni movimento, cosicché da tre anni vive su un letto, attaccato a un respiratore. La mentalità di oggi definirebbe tutto questo “un inferno”.

E invece chi ha incontrato Stefano, chi ha visto l’amore da cui è circondato dalla sua bella famiglia, chi ha potuto stupirsi dalla luce, dalla positività e dalla forza che emanano dal suo volto, come tanti amici calciatori (a partire da Roberto Baggio), commossi dalla sua umanità (due mesi fa gli hanno dedicato una partita allo stadio di Firenze, con lui a bordo campo) ebbene chi lo ha incontrato testimonia che è difficile trovare un uomo così vero, umano e appassionato alla vita. Uomini così sono la speranza del mondo.

Sembra incredibile, ma c’è un’impressionante quantità di persone così speciali che – nella malattia – vivono una vita più piena e umana di noi che magari scoppiamo di salute, ma non sappiamo perché siamo al mondo. Si può fare a meno di tutto, ma non del senso dell’esistenza. Che è la cosa essenziale e misteriosa che ti manca quando sembra non ti manchi niente. Tutto in noi lo desidera, lo cerca. Siamo come mendicanti, senza saperlo.

Non sapere chi sei e perché stai al mondo, non percepire l’utilità della tua esistenza, non sentirsi amati e non amare: questo è l’inferno. Non la mancanza di denaro o di salute.

Spettro della solitudine

Soldi, successo e salute non mettono al riparo dalla solitudine, dalla tristezza e dalla disperazione. Anzi, la nostra epoca mostra il contrario. Lo prova l’uso industriale che nelle società opulente si fa di psicofarmaci, alcol e droghe, cioè di trucchi chimici per eludere il “male di vivere”. L’uso compulsivo e congestionato del sesso, che caratterizza il nostro tempo di pornomania di massa, è un’altra droga per anestetizzare la solitudine, la sensazione d’inesistenza che ci avvolge.

Non c’è sciagura più grande, diceva Teilhard de Chardin, della perdita del gusto di vivere. Questa infelicità è un’epidemia dilagante. Nel mondo si verifica un suicidio ogni 40 secondi, un milione di morti l’anno. Secondo l’Oms dal 1950 al 1995 la percentuale dei suicidi è cresciuta del 60 per cento. In Italia se ne contano 4000 ogni anno ed è molto significativo che l’area più “colpita” sia il Nord-Est (Friuli 9,8 per cento), mentre la percentuale più bassa di suicidi si registra in Campania (2,6 per cento). Prova ulteriore che davvero non è il benessere economico, né il contesto sociale degradato, né la difficoltà materiale della vita a definire l’infelicità.

Per questo mi chiedo se la rappresentazione del presente che continuamente facciamo su giornali e televisione sia giusta. Non parliamo che di soldi, di bollette, di mutui, di sprechi, di tagli, di questioni sociali. Cose importanti – sia chiaro – ma la realtà è tutta qui? Noi siamo solo i nostri problemi sociali?

La risorsa della speranza

Siamo sicuri che il benessere che inseguiamo, come meta unica e assoluta, sia veramente la felicità? Certi ripetitivi programmi di informazione fanno pensare a una battuta di Bruce Marshall: “Oggi la gente vive nel benessere senza gioia. In fondo a una lunga sfilata di bollette della luce, del telefono e del gas, non intravede altro che il conto delle Onoranze funebri”.

Eppure ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne veda la filosofia marxisteggiante ed economicista che ci domina: le cose che rendono la vita degna di essere vissuta, per le quali si può dare tutto, di solito sono oscurate. Perché non parlarne? Perché non raccontare le tante persone che testimoniano una speranza più grande delle difficoltà e delle sofferenze?

Dal rapimento, cinque giorni fa, delle due suore italiane in Kenia, scopriamo che ci sono fra noi persone – di cui i media non si occupano – che sono capaci di scelte di vita eccezionali, di un eroismo quotidiano (così pure le suore che da anni assistono amorevolmente Eluana). Perché lo fanno? Da cosa sono mosse? Cos’hanno conosciuto loro che noi non sappiamo? Quale tesoro hanno trovato che sa trasformare il dolore in amore? Abbiamo bisogno di saperlo, perché scoprire la speranza, per un popolo, è più importante che scoprire il petrolio.

E’ la risorsa più preziosa, come dimostra la nostra storia. Come c’insegnò don Giussani all’indomani di Nassiriya, davanti alla testimonianza della moglie del brigadiere Coletta. Nel dopoguerra avevamo un paese in ginocchio, uno stato a pezzi, un popolo sconfitto. Ed eravamo già prima una terra povera, senza materie prime. Eppure la nostra gente seppe esprimere un’energia inaudita che, nel giro di pochi anni, ci ha trasformato in una grande potenza economica. Da quali radici dimenticate è venuta quell’energia morale? Da quale speranza? Quale sconosciuta gioia di vivere sa ricostruire sulle macerie?

Antonio Socci

Da Libero, 16 novembre 2008