giovedì 27 novembre 2008

Si sono presi mio marito. E io, signora Coletta, ora aiuto i loro figli

Si sono presi mio marito. E io, signora Coletta, ora aiuto i loro figli

di Lucia Bellaspiga

Cinque anni fa stupì l'Italia perdonando i terroristi che a Nasiriyah le avevano portato via Giuseppe. Oggi porta avanti la missione di pace del "brigadiere dei bambini" nel mondo. A cominciare dall'Iraq


«Se amate quelli che vi amano che merito avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori». Chi pronunciava queste parole davanti alle telecamere dei giornalisti che affollavano la sua casa di San Vitaliano (Napoli) a poche ore dalla strage di Nasiriyah era Margherita Coletta. Era il 12 novembre del 2003. In braccio teneva Maria, 2 anni appena, e da poche ore aveva saputo che suo marito, il vicebrigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, era tra i morti del sanguinoso attentato in Iraq. L'abisso le si leggeva in faccia, il suo era il volto del dolore, palpabile, disumano, ma in quel momento la sua fede di granito, più forte dei trecento chili di tritolo che avevano squassato la sua esistenza e quella di altre diciotto famiglie italiane, reggeva di fronte alla prova: «La nostra vita è tutta qua dentro», diceva a se stessa e ai giornalisti indicando il Vangelo.
Una prova che Margherita, 33 anni soltanto, aveva già dovuto affrontare: poco tempo prima il loro bambino, Paolo, era morto di leucemia. Giuseppe allora era arrabbiato con Dio, per un anno non era più entrato in chiesa, Margherita no, lei anche in quei giorni era la più forte: «Noi non possiamo conoscere i disegni di Dio, ma abbiamo un'unica grande certezza ed è che Dio ci ama. Lui non può volere il nostro male, dunque se ha permesso questo è per darci un giorno un bene maggiore. Io non posso capire, ma mi fido e mi affido».
Le stesse parole che, con strazio ancora più grande, piegata dal dolore ma mai spezzata, mi ha ripetuto quei giorni di cinque anni fa: «Credevo di aver già dato abbastanza al Signore. Mi sentivo sicura, pensavo che non mi avrebbe più chiesto altro dopo la morte di Paolo, ma non funziona così», mi ha detto sorridendo della sua ingenuità. «Il Signore più ci ama e più esige, e non chiede mai più di quanto ciascuno può dargli. Da me sapeva che poteva chiedere tanto, evidentemente…». E poi un'altra certezza, fondata sulla prima: «Noi non ci siamo divisi, nemmeno la morte ha potuto farlo. Giuseppe è salito al cielo da Paolo e io sono rimasta qui con Maria, ma un giorno saremo ancora tutti insieme. Vorrà dire che avrei dovuto attendere quattro mesi di missione in Iraq prima di rivederlo, invece aspetterò qualche anno».
Così diceva e così dice. Ma soprattutto così vive: non predica da uno scranno né teorizza da una cattedra, ma con semplicità estrema e disarmante riferisce ciò che vive sulla sua pelle. Da questa consapevolezza discende il suo diritto di parlare.
L'immagine di quella ragazza con il Vangelo in mano allora fece il giro d'Italia e non solo, entrò nelle nostre case e scosse le nostre coscienze. A chi le chiedeva come potesse perdonare lei opponeva la sua logica rigorosa e ineluttabile, anch'essa fondata sulla fede: «Gesù ci ha lasciato il comandamento di perdonare settanta volte sette, cioè sempre… Non vedo allora perché debba sembrare così eccezionale se un cristiano perdona: per un credente semmai dovrebbe essere strano il contrario».

«Tutta la sua vita è stata eroica»
E Giuseppe? Chi c'era dietro l'uniforme del giovane vicebrigadiere? Quale motivazione lo aveva spinto a partire per le missioni di pace all'estero? Ed era un eroe? Il fatto di morire dilaniato da un'autobomba basta per essere definito tale? Nella retorica delle cerimonie spesso è così.
Ma Giuseppe era un uomo degno di essere amato e scelto da una donna come Margherita. Lascio a lei le parole per spiegarlo: «Io penso che mio marito non ha fatto nulla di straordinario il giorno che l'hanno ucciso, la sua straordinarietà è nei 38 anni vissuti al servizio degli ultimi, non certo in una bomba che gli è scoppiata addosso. Anzi, quel giorno in fondo, come direbbe lui, si è lasciato fregare. È un'intera esistenza che ti fa eroe, non la sfortuna di un evento… Se proprio dobbiamo usare questo termine, preferirei dire che mio marito ha fatto della sua vita un atto eroico».
Un eroismo che per concretizzarsi non ha scelto la guerra ma la via dell'amore per il prossimo, in primo luogo i bambini. La svolta è avvenuta il giorno in cui Paolo è morto e in suo padre è nata l'esigenza di andare ovunque miseria, violenza e malattia mettessero a repentaglio la vita di tanti bambini come il suo. Per Paolo non c'era più nulla da fare, ma molto invece si poteva per milioni di altri figli sparsi nel mondo e in ognuno vedeva quello che aveva perduto. Sono centinaia le foto che lo ritraggono circondato da bambini in Albania, Kosovo, Bosnia e poi Iraq, decine le testimonianze che raccontano di quel Carabiniere che, cascasse il mondo, riusciva a fare arrivare dall'Italia container di giocattoli, cioccolato, medicinali, attrezzi per la scuola, omogeneizzati, latte in polvere, soluzione fisiologica per neonati… E proprio a Nasiriyah quelle incubatrici che mancavano: «Non è accettabile che bambini sani mi muoiano in braccio solo perché qui gli ospedali sono così poveri che non c'è un'incubatrice, che manca il cibo per nutrirli», telefonava alla moglie. E Margherita dall'Italia provvedeva, seguiva le sue istruzioni, bussava alle porte che lui, con la sua contagiosa voglia di fare e una vitalità che spaccava le montagne, era riuscito a guadagnare alla sua causa. A Nasiriyah lo chiamavano "il brigadiere dei bambini" e quando spariva sapevano tutti dov'era, nell'ospedale pediatrico a dare una mano, a spendersi fino all'ultima energia, sempre con quel suo sorriso di ragazzone ironico e contento.

L'abbraccio di Giovanni Paolo II
La sua prima "missione all'estero", in fondo, era stata però sotto casa, in un altro ospedale pediatrico, il Santobono di Napoli in cui era morto suo figlio: dopo il funerale, Giuseppe si fece forza e tornò tante volte tra i piccoli malati oncologici anche se ciò gli costava un dolore insopportabile. In seguito andò a cercarli altrove, i bambini, dove soffrono di più, dove infuria la guerra, in terre lontane. Lì ritrovò la sua pace e quel Dio da cui in fondo non si era mai allontanato. In Albania addirittura, senza rivelare nulla a Margherita, esaudì il suo più grande desiderio, si preparò al sacramento della Cresima e, in combutta con il suo comandante, organizzò a sorpresa il viaggio affinché lei lo raggiungesse in missione: «Sei una moglie eccezionale – le ha scritto quel giorno – e, non potendoti risposare, ti ho scelto come madrina».
Il 15 novembre del 2003, dopo quattro mesi di Iraq, lui e i suoi compagni sarebbero tornati a casa. Ma il 12 novembre, tre giorni prima, un camion carico di tritolo si avventa sulla caserma dei Carabinieri a Nasiriyah e uccide diciannove italiani: la più grave perdita di nostri uomini dalla Seconda guerra mondiale. Paradossalmente proprio il 15 novembre i ragazzi tornano, ma nella stiva di un aereo militare, avvolti nei tricolore. Quello stesso giorno Margherita riceve l'abbraccio di Giovanni Paolo II: è andata in incognito in Sala Nervi, confusa tra gli ottomila dell'Unitalsi ricevuti dal Papa, ma la gente l'ha riconosciuta, è la vedova che due giorni prima alla televisione aveva scioccato tutti parlando di perdono, e l'applauso è lunghissimo. Al Papa sussurra di pregare perché Gesù continui a darle quella forza di cui ha bisogno, lui, già molto malato, le risponde con una carezza e la sua silenziosa benedizione.
Il seme di Nasiriyah, titolo che io e Margherita oggi abbiamo dato al libro che racconta tutto questo, è il grano che deve morire per dar vita alla pianta. È Paolo che muore ma è anche la folla di bambini che vivono grazie a Giuseppe e senza di lui oggi non sarebbero al mondo. È Giuseppe che muore ma è anche l'associazione subito dopo fondata da sua moglie per continuare le sue missioni nel mondo. "Giuseppe e Margherita Coletta – Bussate e vi sarà aperto", si chiama. I primi che hanno bussato sono proprio i figli degli iracheni: di chi le aveva preso tutto.

La commozione di Ritanna Armeni
Nella prefazione al libro, scritta dall'inviato del Tg5 Toni Capuozzo, la morale: «C'è molto male, in giro, ma anche il bene sa essere contagioso». Nella postfazione di Ritanna Armeni, giornalista non credente, la più bella gratificazione: «Nella vicenda di Giuseppe e di Margherita c'è una risposta alla guerra che non conoscevo, che non smentisce quello che di peggio si pensa di essa, ma afferma una capacità per me non immaginabile di trascenderlo e superarlo… Giuseppe Coletta era andato in Iraq in missione di pace. E mai definizione appare più vera… Nel carabiniere Coletta c'è una normalità nell'abnegazione e una semplicità nel dono della vita che supera l'eroismo, o meglio lo riconduce alla normalità della vita. Margherita, sua moglie, è una donna cui la fede ha dato una saggezza che è, per chi scrive, inspiegabile, e quindi specialissima… Dalla guerra – ci dicono – si può uscire migliori, si può trovare la ragione per fare del bene. Ecco, questo non lo sapevo e neppure lo immaginavo. E questo mi sembra davvero un miracolo».

Tempi 3 Novembre 2008

Eccoci!


Durante l'Avvento troverete spunti e riflessioni, per passare insieme questo periodo!

domenica 16 novembre 2008

Testamento spirituale di Mons. Maggiolini

Mons. Alessandro Maggiolini
Vescovo già di Como

Testamento spirituale

Del Vescovo Mons. Alessandro Maggiolini


Signore Gesù, Tu conosci i sentimenti contrastanti che ho sempre avuto nei riguardi del mio morire. La paura della sofferenza che accompagna la fine/inizio della vita: il non possedere più nulla da offrire se non me stesso; e, a un tempo l’espormi al tuo giudizio di verità. Ho cercato di essere sincero con Te. Mi affido a Te, Giudice Crocifisso e Risorto per amore. Confido nella Tua misericordia e, di contro, esprimo il desiderio di guardarti negli occhi, lasciandomi amare senza resistenze; e la nostalgia di incontrarmi con i miei cari e di sentirmi perdonato anche da loro: fino, talvolta, a invocare di morire. Mi consegno nelle Tue mani; affondo nel mistero del Tuo cuore. Si compia ciò che hai deciso per il mio bene. Aiutami.
Professo la fede cattolica insegnata, ricevuta e vissuta nella Chiesa: ogni affermazione e ogni esperienza, senza sgarri e senza attenuazione. Ho anche sofferto per la componente umana della Tua Chiesa. Ma Ella, nel suo essere sacramento del Tuo mistero, è mia Madre. L’accolgo trepidante perché mi si porga come lo spazio della Tua Presenza, la Santa mediazione della salvezza che mi offri, la comunione dei tuoi discepoli miei fratelli: a cominciare dal Papa per il quale ho offerto e offro la mia vita; coloro che mi hanno preceduto presso di Te; coloro che hanno percorso un tratto del cammino della vita con me. Quanta gratitudine per la paternità che Cardinal Colombo e lo zio Mons. Carlo Maggiolini hanno sempre avuto nei miei confronti.
Lo Spirito mi animi e mi trasformi in Te a gloria del Padre.
Ti ringrazio, Signore, dei doni che mi hai elargito. Immisurabili. A cominciare dalla mia famiglia povera e attraversata spesso dal dolore, ma sempre in comunione con Te. Particolarmente il papà che quasi non ho conosciuto e il fratello morto ventitreenne, invocando la tua visita. Per giungere al Seminario, dove sono stato educato e dove ho prestato – volentieri – la mia opera di insegnamento. E poi all’Università Cattolica e al Collegio Marianum, dove sono stato accolto e ho trovato un entusiasmo immeritato e generoso.
Signore, quanta gratitudine devo esprimerti per le persone che mi hai messo accanto. Riconoscenza devo a Te per il sacerdozio. Meno per l’Episcopato, che però, ho accettato con disponibilità per servire la tua Chiesa, e che mi ha gettato in una sofferenza talvolta straziante: l’Episcopato con il quale mi sono riconciliato, con il passare del tempo, e che ho vissuto con amore. Grazie anche di questa paternità. Ho amato incessantemente, a volte con fatica, ma con affetto sincero e sempre più grande la Chiesa di Carpi e Como.
Ti ringrazio perché mi hai chiesto di esercitare il ministero della tua riconciliazione: ivi ho incontrato fratelli e sorelle, peccatori come me, eppur protesi a chiedere il perdono e a promettere la vita nuova in te. Per me il confessionale si è rivelato momento di grazia e di gioia: anche quando perdonavo e consolavo a nome tuo e del tuo Spirito.
Vengo a Te recando il ricordo dei miei cari, dei miei maestri, dei miei studenti, dei sacerdoti, dei seminaristi, delle persone consacrate e dei fedeli laici della Diocesi di Carpi e della Diocesi di Como ( di Sondrio e di Varese ).
Ti raccomando particolarmente mia cugina Marcellina, Bettina e Tina Franchi; poi Franca, Carlina, Don Aurelio e Bruno. Ho voluto loro un bene grande; tra i preti che mi sono stati più vicini, ti raccomando Mons. Bedetti, don Enrico Malinverno, Don Carlo Calori, Mons. Ruffini, Don Bataloni, Don Isidoro Malinverno e altri che tu conosci.
Non riesco a immaginarmi solo a presiedere i credenti che mi hai affidato. E che porto in cuore davanti a Te. Salvali tutti. Portali alla santità.
Mi affido a coloro che mi sono stati e mi sono vicini perché mi aiutino con il suffragio ad arrivare a Te nella beatitudine senza limiti e senza fine. Soprattutto alla gente fedele e semplice che ho amato, amato, amato.
Chiedo perdono a chi ho offeso e procurato dolore. Da parte mia non vedo chi devo perdonare.
Ringrazio il dott. Angelo Beretta, i medici, gli infermieri e tutto il personale dell’Ospedale Valduce, insieme alle care suore per l’affetto e la professionalità con cui mi hanno sempre curato e accompagnato in questi anni.

Se sarà possibile, domando di essere sepolto in Cattedrale, accanto all’altare dell’ Assunta, Virgo Potens, ( tomba terranea e sarcofago semplice), a mie spese, se necessario.
Iscrizione sul sarcofago:
Alexander Maggiolini Ep.
15-07-1931 - 11-11-2008
Ne mors dissociet
quos sociavit amor.

+ Alessandro Maggiolini, Vescovo



Como, 24 novembre 2005
Aggiornato a Como, 9 novembre 2008
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COMUNICATO DEL 12 NOVEMBRE 2008 - Diocesi di Como

LA RIFLESSIONE DI MONSIGNOR DIEGO COLETTI CIRCA LA MORTE DI MONSIGNOR ALESSANDRO MAGGIOLINI

«Ho visto per l’ultima volta il Vescovo Alessandro qualche giorno fa. Ora, con la sua scomparsa, siamo tutti più poveri: la Chiesa di Como, la stessa comunità cittadina e diocesana, il mondo della comunicazione e della cultura.

È stato un uomo dalla grande passione culturale. In lui, giovane prete, per molti anni assistente e docente dell’Università Cattolica, subito si è manifestata un’attenzione particolare al mondo degli studi e della cultura alta.

È stato poi coraggioso e determinato difensore della fede. Noi chiamiamo il nostro patrono sant’Abbondio “assertore dell’Incarnazione del Verbo”, perché venne incaricato da Papa Leone I di consegnare la sua lettera a Flaviano al Concilio di Calcedonia. Ecco, credo che il Vescovo Alessandro abbia rivestito questo ruolo di “assertore e difensore della fede” in modo molto deciso, molto forte.

C’è, però, un elemento che forse si conosce di meno del Vescovo Alessandro: è la sua sensibilità, la sua tenerezza, che, a volte, veniva coperta da qualche moto di indignazione e di aggressività, giustificate dall’importanza dei valori in gioco. Ma bastava superare tale soglia – come è successo anche a me in questi due anni – e si trovava una persona estremamente sensibile, dolce, aperta alla cordialità più fraterna. Questo è forse un aspetto che il “grande pubblico” non conosce, ma che i molti che lo hanno potuto avvicinare hanno apprezzato e vissuto con lui.

Se non temessi di essere accusato di esagerazione, farei, davanti al mistero della morte di un Vescovo, un paragone con l’aria e con l’acqua. Mi spiego. Noi respiriamo e beviamo per mantenerci in vita, quasi senza accorgerci della importanza e della preziosità di questi elementi per la nostra vita corporale. Solo quando ci venissero a mancare – nel deserto o in un momento di asfissia –, ci accorgeremmo dell’importanza vitale del nostro rapporto con questi elementi della natura. Credo che alla morte di un Vescovo una Chiesa locale si accorga di quanto sia legata alla presenza e alla testimonianza di questo uomo che, come diceva Paolo VI nel suo “Pensiero alla morte”, è stato «strappato al suo nativo, gretto egoismo, dall’amore alla Chiesa».

Il Vescovo Alessandro è stato un uomo che ha dedicato la vita ad annunciare il Vangelo e a prendersi cura della fede e della libertà d’amore dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Ci si rende conto di tutto questo quando manca, quando - anche dopo un periodo di relativa assenza o di quiescenza - si avverte che il fratello Vescovo Alessandro non c’è più. Non è più qui. Non è più a nostra disposizione.

Tanto più che, in questi ultimi due anni, il Vescovo Alessandro è rimasto in mezzo al suo popolo e ha continuato, anzi riscoperto, la bellezza dell’amministrazione del sacramento della Penitenza, questo atto di misericordia che il Signore ci invita, come preti e vescovi, a mettere a disposizione dei nostri fratelli… Mi ha parlato di questa sua esperienza bella, positiva, che gli faceva anche superare le fatiche e qualche rischio per la sua salute. Me lo ha confidato proprio nell’ultimo incontro avuto con lui, durante il quale abbiamo condiviso un momento molto fraterno e quasi commovente, quando ci siamo scambiati l’un l’altro la benedizione del Signore e abbiamo, pur brevemente, pregato insieme.

Questa assenza del Vescovo Alessandro ci deve far meditare, quindi, sull’importanza di non sottovalutare la bellezza delle relazioni fraterne che viviamo nella Chiesa, la loro importanza per la vita cristiana. E ci invita a confermare la certezza che queste relazioni fraterne, e non altro, saranno il tessuto eterno che ci avvolgerà tutti quanti in Paradiso. Vale quindi la pena di prenderne massima cura in questa tappa terrena della nostra esistenza, nell’attesa di poter rivivere in pienezza quell’incerto inizio di amore fraterno, che pure cerchiamo di commisurare sull’amore di Cristo per noi, che lo Spirito Santo ci dona la grazia di cominciare a vivere quaggiù».